La “combinazione genuina” dei Fullertones

Abbiamo parlato un po’ con Lou leonardi, chitarrista dei Fullertones, band toscana a cui piace suonare il blues, o meglio “genuine rockin’ blues combo“, come a loro stessi piace definire nella presentazione del profilo ufficiale su Facebook.
E quindi cos’è che non dovrebbe mancare fra i dischi preferiti della band?
Credo che la lista sarebbe veramente troppo lunga perché le nostre influenze sono veramente molte e soprattutto molto variegate. Credo di non sbagliarmi però che dico che ci sono almeno due artisti mettono d’accordo tutta la band e sono Gary Clark Jr., per il quale sceglierei “Live” come album e Doyle Bramhall II, dove vado a botta sicura su “Rich Man”, che a mio avviso è un album favoloso. Pensandoci però, terrei più che doverosamente un posto sul podio anche per The Hoax con l’album “Big City Blues”“.

Nonostante i 40 gradi dell’estate 2017, nonostante l’aria condizionata rotta, nonostante la stanchezza dei concerti dei giorni precedenti. Nonostante, nonostante, nonostante

La nascita del gruppo sembra il frutto delle idee chiare di Lou: “Era da qualche anno che pensavo di rimetter su una band che avesse delle radici legate al blues, ma contaminate da tante altre cose che mi piace suonare, e con Francesco Bellia [voce e chitarra] ci siamo trovati al Torrita Blues Festival ad ascoltare proprio Doyle Bramhall II, che tutti e due adoriamo. Da li è iniziato tutto. Ho deciso di coinvolgere Matteo D’Alessandro [batteria], che per altro è il mio fonico con un’altra band con cui suono, e grazie a lui abbiamo conosciuto Lorenzo Alderighi [basso], che si è dimostrato veramente una scelta perfetta per completare la band. La cosa bella è che a distanza di un anno ci siamo ritrovati di nuovo al Torrita Blues dove abbiamo potuto suonare ed aprire il concerto degli Animals“.

Come tutte le band che hanno fra di loro membri che parlano con gli strumenti, è inevitabile raccontare alcunbi episodi che fanno capire sia l’affiatamento del gruppo, sia la dedizione dei componenti a quello che fanno, perché lo farebbero ovunque e comunque.
Quando sei in giro per concerti e viaggi tutti insieme di cose ne succedono un sacco e sono quelle cose che poi ti legano l’uno all’altro e ti danno compattezza e affiatamento come band. Forse la sessione più esilarante però è stata quella dei Live at the tribe, dove abbiamo registrato dei video che si possono trovare su YouTube, che ci servivano per promuovere la band e dove ci siamo chiusi in auditorium la mattina alle 11 e siamo usciti alle dieci di sera con cinque brani live registrati in completa autonomia e cinque video girati con telefono e macchina fotografica fatti completamente da soli. Certo, a raccontarlo non è così divertente, ma se qualcuno sarebbe potuto essere lì, avrebbe capito la situazione al limite dell’assurdo, che però ci ha dato un prodotto di qualità da proporre ai locali e ai festival. Nonostante i 40 gradi dell’estate 2017, nonostante l’aria condizionata rotta, nonostante la stanchezza dei concerti dei giorni precedenti. Nonostante, nonostante, nonostante“.