Come funziona una band a km zero. Lo stile della Gaudats Junk Band

C’è chi la musica la fa suonando cover, e quindi in un certo senso riciclando un pezzo conosciutissimo, e chi la musica la fa riciclando direttamente gli strumenti.
È la particolarità della Gaudats Junk Band, la band dei rifiuti del Gaudats, dove Gaudats è Daniele Guidotti e i rifiuti sono la materia prima con quale sono fatti gli strumenti musicali usati dai dieci componenti di questo gruppo particolarissimo.
Daniele Guidotti, dicevamo. Lui è un artigiano di Capannori, che appassionato di musica si è messo a riutilizzare oggetti che non servivano più, riconvertendoli a strumenti musicali. Percussioni, strumenti a corda, tubofoni. Fino a dotare la sua band di un’orchestra vera e propria.

Alla nostra intervista – la quarta della serie che ha aperto il secondo anno di EMPOLIMAG – hanno risposto quasi tutti i membri del gruppo, mettendo insieme un potpourri di interessi musicali, che poi sono quelli che si rivedono sul palco durante i loro concerti. È il soul a farla da padrone nell’ispirazione musicale del gruppo. Indistintamente. Negli scaffali privati dei membri del gruppo non mancano altri dischi che magari hanno fatto la storia personale di ognuno, da “Breakfast in America” dei Supertramp agli U2, da Aretha Franklin a Bob Marley (e quindi, di nuovo, soul e reggae), passando per la peculiarità del jazz manouche e della musica africana, accomunate dal loro essere acustiche, capaci far “apprezzare e ricercare il suono puro degli strumenti“.

È stata un’esigenza forte di fare qualcosa per l’ambiente. Seguendo le mie passioni – musica e artigianato – ho costruito un bel po’ di strumenti con materiale di recupero e poi ho chiamato gli amici a suonarli.

Trarre il massimo dal minimo” è il motto del fondatore del gruppo, e dietro questa filosofia è nata e cresciuta la band, fatta di “musicisti a km zero“, subito conquistati dal progetto portato avanti da Guidotti, al quale tutti danno il merito di aver assemblato strumenti e musicisti – nel vero senso della parola – per tirarne fuori un risultato che è difficile non apprezzare. E nel circolo virtuoso i musicisti hanno aiutato il progetto a crescere e a svilupparsi anche perché “sono stati scelti in base alla loro capacità di adattamento e di poliedricità stilistica. Avevamo bisogno di musicisti che fossero in grado di essere dei bravi dimostratori multistilistici per questi particolari strumenti. Ovviamente, oltre a queste caratteristiche, fondamentali sono state la disponibilità e la professionalità dei componenti“. A parlare è Marco Bachi, uno dei componenti, che dall’alto della sua esperienza con la Bandabardò, sa quel che dice.