3years, e poi finalmente scoprirsi un gruppo

Come ribadito fin dall’inizio, EmpoliMAG non è fatto da critici musicali e quindi non dà giudizi sul tipo di musica di cui scrive. Piuttosto, vi vuole come sempre fare conoscere cosa gira intorno alla città e ai suoi luoghi in cui si fa musica del vivo.
È per questo che in vista del primo anno di vita del magazine, ci vogliamo regalare una serie di interviste ai gruppi che negli ultimi dodici mesi hanno suonato a Empoli e di cui EmpoliMAG ha più o meno parlato. Adesso è arrivato ilo momento di dargli più spazio.

Cominciamo con i 3Years. Loro sono quattro, cerretesi di Lazzeretto e da giovanissimi quali sono – poco meno che ventenni, poco più che maggiorenni – hanno messo su un gruppo che suona un rock strappato e scapigliato, come i jeans e le acconciature di cui i quattro vanno fieri nelle loro foto.
Intanto le presentazioni: due voci e due chitarre sono animate da Alessio Turchi e Alessio Giacomelli; Jacopo Brotini suona il basso, Fabio Caporizzi la batteria.

Di solito, ognuno suona la musica che è e che ascolta, così abbiamo chiesto ai quattro quali sono i dischi che non possono mancare nella loro collezione.
Ovviamente, per poter creare della buona musica occorre essere prima di tutto degli esigenti e curiosi ascoltatori. Noi, come molti altri gruppi, abbiamo intrapreso la nostra strada anni fa ispirandoci alle band più conosciute, ma con il tempo la musica ti porta a viaggiare attraverso le dimensioni artistiche più inesplorate. Negli anni abbiamo spaziato tra generi musicali diversi, e ognuno di essi ha lasciato qualcosa in noi.
Partendo dai meno recenti, tra i dischi che ci hanno colpito c’è sicuramente “Sempiternal” dei Bring Me The Horizon, un capolavoro di potenza e malinconia che ci ha accompagnato per anni, e resta in noi tuttora.
Successivamente abbiamo trovato interessante “Blurryface” dei Twenty One Pilots, secondo album dell’omonimo duo che ha rivoluzionato la concezione del pop rock moderno, complice l’unione di vari generi musicali.
Parallelamente siamo stati contaminati dall’indie britannico, trovando ispirazione in album come “100” dei The Hunna, “The Balcony” dei Catfish And The Bottlemen e “How did we get so dark?” dei Royal Blood.
Attualmente un ruolo importante per l’orientamento musicale di ognuno di noi, lo ha avuto l’ultimo dei Nothing But Thieves, “Broken Machine”. Senza dimenticare, a parer nostro, uno dei migliori album mai realizzati sia sotto l’aspetto estetico che quello musicale: “Tranquillity Base Hotel And Casino” degli Arctic Monkeys.

Come nasce un gruppo, come si trovano i componenti e soprattutto, come si fa a mettersi d’accordo sulla musica da suonare?
Il gruppo ha dovuto affrontare un lungo percorso per arrivare alla forma attuale. Nel nostro caso sosteniamo che i tre punti della domanda siano arrivati in momenti diversi dislocati nel tempo. Comporre la formazione attuale ha impiegato tre anni di ricerca da parte di Alessio, il cantante, e Fabio, il batterista, ed è infatti il significato del nostro nome.
Dopo aver trovato la nostra parte mancante il nostro genere si è evoluto nel tempo, i nostri pezzi sono sempre stati frutto dell’unione delle emozioni derivate dai nostri ascolti, tutto questo ha portato alla creazione di un genere che presenta tutto ciò che noi cerchiamo nella musica.

È per questo che il gruppo è affiatato, e da buona squadra, riesce a condividere tutto. Il che costituisce un grandissimo vantaggio anche in situazioni non proprio agiate, trasformandole in occasioni di crescita e coesione.
Come si può dedurre anche dai nostri social network, noi non ci riuniamo solo per le prove o i concerti. La nostra band è anche il nostro gruppo di amici, e ciò ci ha permesso di condividere tantissimi momenti assieme.
Pensiamo che l’aneddoto più sconvolgente sia avvenuto a Londra, durante il viaggio di distribuzione di demo che abbiamo fatto questo inverno.
Non appena arrivati in città, la prima cosa da fare era scoprire il posto dove avremmo vissuto la nostra settimana, giunti a Russel Square non ci rimaneva altro che entrare nella hall del nostro ostello. Appena entrati il nostro olfatto non ha potuto fare a meno che associare quel luogo alla cucina di un paninaro, proseguendo verso le camere scoprimmo con malcontento che la stanza, 4 metri per 3, ospitava 16 letti in stile gabbie del pollaio, dove ogni avventore partecipava a quella che sembrava essere l’expo dei cattivi odori. La situazione era a dir poco nauseante e più passavano i giorni, più noi scoprivamo nuovi orrori di quel posto, che alla fine ci ha dato un buon pretesto per trascorrere la nostra settimana all’aperto.